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REPERTORIO

Roma, vigilia della fuga di Mario Roatta. In un tempo sospeso scandito da gesti quotidiani, il generale rievoca la sua fulgida carriera: la direzione del SIM, le guerre coloniali e la feroce repressione nei Balcani. Emerge così il ritratto inquietante di un uomo lucido e razionale, specchio di un intero sistema che ha fondato il proprio dominio sul controllo delle informazioni e sulla violenza, senza mai cercare giustificazioni.

Ispirandosi al romanzo di Poe, la messa in scena non segue la semplice cronologia dei fatti, ma ne raccoglie le suggestioni e le atmosfere, trasformando la prosa in una composizione lirica e poetica che esplora il conflitto tra gli opposti, l'abisso e la salvezza. Un viaggio all'inferno di andata e ritorno. Al centro della scena c'è Gordon Pym, un uomo che oscilla e bascula nella sua doppia anima, cullato e scosso dalle spire marine. Come nell'inquietante quadro di Magritte "La riproduzione vietata", lo spettacolo diventa un gioco di specchi psicologico in cui l'abisso fissa il cielo e il protagonista si ritrova a fissare il vuoto del proprio delirio, sospeso nella ricerca di un approdo finale.

LEONARDO

L'ingegno del mondo

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MICHELANGELO

La forza e il tormento

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RAFFAELLO

La grazia e la bellezza

Caprò, mette al centro lo smarrimento di un solo uomo che si muove in uno spazio essenziale: un fazzoletto di terra popolato solo dai pochi oggetti che scandiscono la sua esistenza. Il fatto storico dell'emigrazione e il tragico naufragio della nave Utopia rimangono volutamente sullo sfondo. La regia si concentra su un substrato arcaico di un contadino abruzzese di fine 800’, in un approdo universale. Una riflessione potente sulle tante "vite trascurabili" che la grande Storia spesso inghiotte e dimentica.

La pièce mette in luce il profondo transfert tra la scrittrice francese e il suo "figlio letterario" ed alter-ego. Attraverso un gioco di continui rispecchiamenti, la vicinanza di Marguerite diventa un balsamo per le ferite e le piaghe dell'anima di Adriano. In scena, le anime tormentate dei due protagonisti vagano cercando un attracco sicuro, fino a concedersi – finalmente uniti – il lusso di abbandonarsi alla morte con un sorriso.

Un monologo onirico e frammentato. Beckett e Büchner sono i padri dichiarati, ma c'è anche Pirandello in ogni crepa dell'identità di Cesare, in ogni momento in cui lui si guarda nella vetrina e non riconosce subito chi è.

Cesare Belletti è un “senza dimora” in senso profondo, dove non è la povertà il fattore precipitante. La vergogna è il motore silenzioso: non il crollo emotivo in sé, ma l'incapacità di confessarlo. Questo è il cuore onirico del monologo di un uomo che scopriremo essere stato maltrattante.

Il Palazzo è un monologo che parla agli uomini di quello che fanno senza saperlo, e alle donne di quello che hanno imparato a sopportare.

Lo spettacolo esplora la condizione umana attraverso la storia di ultimi e reietti, intrappolati in movimenti circolari e in un'eterna, spasmodica attesa.

L'utilizzo del dialetto diventa la chiave per trasformare un classico del '900 in un'operazione  capace di amplificare quel "riso cupo" tipicamente beckettiano che ride dell'infelicità e mette a nudo l'individualismo della nostra esistenza. Uno specchio senza sconti che intercolumnia umorismo e tragedia, illuminando il lato oscuro di ognuno di noi.

L’immobilità e il silenzio che emanano dalla situazione tragica vengono via via inghiottiti dallo schiamazzo impertinente di una misera e sparpagliata inquietudine rianimata da una incombente solitudine. Scialbe e mediocri figure si affannano nervose al margine di lisce superfici, tra illusione e condizione d’essere.

Monologo satirico e pungente sulla figura del politico di turno, che si mette a nudo e confessa le vere ragioni che lo hanno motivato nel suo cammino verso l'alta carica, tra menzogne e sotterfugi. Nessuno schieramento, né colori o bandiere nelle sue dichiarazioni, ma soltanto il desiderio di raccontare la verità. Stravagante e a tratti eccessivo, in chiave provocatoria e dando rilievo ad un particolare compiacimento delle proprie azioni, il personaggio racconta le malefatte necessarie al raggiungimento dei propri obiettivi.

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