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STORIE TACIUTE
Contis di feminis che no si cjatin sui libris grancj
Racconti di donne che non si leggono sui libri di Storia

DOMENICA 15 NOVEMBRE – ORE 18.00

STORIE TACIUTE

ANNO

2025

DURATA

70 minuti

Credit

Ideazione e regia di Flavia Valoppi
Narrazione: Flavia Valoppi
Canto: Chiara Grillo e Annalisa De Vittor
Aiuto alla drammaturgia: Raffaella Simoncini
Contributo ai contenuti: Giulia Sattolo


Produzione Florian Metateatro di Pescara
Organizzazione Ass. Mus. e Cult. “Città di Codroipo” APS ETS


Con il sostegno di:
Comune di Codroipo,

Teatro Incerto – Gradisca di Sedegliano
Caffè Letterario Codroipese,

Progetto Ambito Donna – Medio Friuli

Di quello che accadde nella campagna friulana sul corpo delle Donne dopo Caporetto, scrivono solo gli uomini: nessuno si preoccupa di chiedere la versione femminile.
Quando ci siamo imbattute nella drammatica storia dei bambini e delle bambine, e delle loro sfortunate mamme, rinchiusi nell’orfanotrofio di Portogruaro, ci è parso di aver trovato il soggetto ideale per rendere operativo l’intento di dar voce alle donne sopraffatte dagli eventi.
Monsignor Celso Costantini, che aprì l’Istituto “S. Filippo Neri”, così racconta:
“La sera del 2 dicembre 1918 si presentò in vescovado una donna, con la gronda del fazzoletto tirata sugli occhi, e con un involto tra le braccia. Scoperse l’involto e mi mostrò un bambino. – Non è figlio di mio marito – disse, piangendo. – Ora che il marito ritorna… non potrebbe lei collocare il bambino in qualche orfanotrofio? Il dramma di quella donna, il quesito che ella ingenuamente mi pose, fecero sorgere in me l’idea di fondare nelle terre liberate l’ospizio dei figli della guerra per salvaguardare gli innocenti e contribuire a ricomporre la pace familiare. Intanto quel bambino fu accolto e affidato alle suore della B. Capitanio che si trovavano a
Portogruaro. Così l’Ospizio, come tante opere di carità, fu prima un fatto che un progetto.”
Il nostro racconto prende spunto dalla quotidianità vissuta nella semplicità: case con le porte sempre aperte, bambini e bambine che giocano insieme tra la piazza e le strade; il quotidiano che si trasforma, nella disgrazia della guerra, in un luogo di sopraffazione e dolore.
Il periodo è quello della Grande Guerra che si trasforma, nello svolgersi della narrazione, in un tempo sospeso che accoglie anche la nostra modernità perché, purtroppo, le guerre sono uguali sempre in tutte le latitudini e in ogni momento storico.

Vogliamo raccontare un’altra storia, quella nascosta tra le pieghe della Grande Storia stampata sui libri, quella taciuta e nascosta, quella delle donne che hanno formato la rete di sostegno alla società durante e dopo la Prima Guerra Mondiale. Abbiamo bisogno della distanza temporale che intercorre tra la vita di quelle donne e la nostra per narrare con rigore gli eventi tragici che hanno subito i loro corpi e le loro anime. Sepolte negli archivi stanno le parole (perlopiù maschili) e la dignità delle donne abusate, usate dal nemico per offendere la terra e gli uomini da cui è stato sconfitto.
Il corpo della donna come campo di battaglia, per citare Matei Vişniec che ha scritto un dramma teatrale sulle barbarie perpetrate nel Kosovo, e che fa luce su questa disumana modalità di comportamento che si allunga come un’ombra terrificante nel passato e, purtroppo, nel presente dell’umanità. Nel tempo sono cambiate le “forme belliche”, sono state inventati bombe chirurgiche, aerei che i radar non intercettano, visori a infrarossi, miliardi investiti in armi, ma una costante è rimasta tale: saccheggi e abusi su donne e minori ordinati come strategia offensiva.
STORIE TACIUTE nasce dalla voce delle nostre nonne e madri, nei nostri luoghi, paesi di contadini, dignitosi di povertà e relazioni, che si trasformano in paesi di guerra. Il nostro Friuli rappresenta simbolicamente tutte le terre che subiscono la violenza della guerra, e le nostre donne e i loro figli sono vittime del passato e del presente. Il nostro racconto si snoda oltre il tempo e si stempera nei luoghi del nostro vissuto per dar voce alla resilienza delle donne, alla loro capacità di travalicare le bassezze umane attraverso la cura. È uno spettacolo che sottolinea l’importanza della riconoscenza, rende omaggio e tiene viva la memoria delle nostre antenate e del loro silenzioso contributo al bene collettivo.
In scena tre artiste, cantanti e attrici che vigilano un baule che non è mai stato aperto, pieno di ricordi e cose da nascondere, vergogne forse. Il racconto si dipana tra narrazione e canti ed è lo sguardo limpido e tagliente di una ragazzina che ascolta i discorsi delle “donne grandi” e si fa un’idea di quello che accade. Alcuni dei canti, eseguiti dal vivo a cappella, sono tratti dalla tradizione musicale popolare friulana, altri sono
stati composti appositamente per lo spettacolo. La storia è narrata in friulano e italiano, senza soluzione di continuità, in una naturale osmosi tra le due lingue.

Scopri le recensioni e i commenti della critica che hanno accompagnato il nostro percorso artistico e le nostre produzioni.

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