RASSEGNA STAMPA "IL PALAZZO"
Un monologo onirico e frammentato. Rispecchia la mente di chi vive in una realtà discontinua, dove il tempo si spezza, i ricordi si mescolano alle bugie, e l'identità è qualcosa di sfuggente. Beckett e Büchner sono i padri dichiarati, ma c'è anche Pirandello in ogni crepa dell'identità di Cesare, in ogni momento in cui lui si guarda nella vetrina e non riconosce subito chi è.
Cesare Belletti è un “senza dimora” in senso profondo, dove non è la povertà il fattore precipitante.
Un profondo disturbo psicopatologico dell'identità sembra essere preminente nell'organizzazione della sua marginalità.
La soluzione dissociativa appare come l'ultima risposta vitale a una sorta di suicidio psicologico-esistenziale:
La vergogna è il motore silenzioso: non il crollo emotivo in sé, ma l'incapacità di confessarlo.
Il protagonista mente a sé stesso prima ancora che agli altri. La sua storia "vera" verrà fuori a frammenti, contraddetta, corretta, smentita. Questo è il cuore onirico del monologo di un uomo che scopriremo essere stato maltrattante.
Racconta di sé con una certa eleganza verbale, citando cose che forse non ha mai davvero vissuto — un viaggio a Parigi, un lavoro importante, una donna bellissima. Le bugie non sono ciniche: sono la sua forma di sopravvivenza narrativa. Conosce tre o quattro persone, le nomina come se fossero personaggi di un romanzo che lui sta scrivendo
Rifiutare l'aiuto, l'unico controllo rimasto. Accettare il soccorso significherebbe riconoscere che quell'identità marginale va curata, ovvero che è sbagliata.
La strada assorbe, ti prende, è senza regole. Può sembrare paradossale, ma per certi versi ti fa sentire libero. La strada offre qualcosa che il sistema non offre — l'assenza di aspettative.

